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Piero
Antonio Bonnet
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Omelia di P. Tiziano Repetto S.J. che ha
celebrato la messa il 15 giugno 2008 a Mondragone
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Magis News n° 04 -2010 |
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Circolare di Padre Francesco Rossi De Gasperis S.J. |
Un nuovo test
per il DNA |



Oggi 22 Ottobre 2009 è mancato il nostro Vice-Presidente :
Enrico Fiorelli
attivo
testimone della nostra Associazione Ex alunni del
Nobile Collegio Mondragone
Era nato a Terni il 13 Febbraio del 1923
E' stato convittore del Collegio Mondragone dal 1930 al 1942
L'enigma del manoscritto VOYNICH
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15 Aprile 2009 LA STORIA
Voynich: il libro che nessuno sa leggere
È un manoscritto
illeggibile; e non perché sia scritto in pessima grafia, come la ricetta di un
medico, oppure su un supporto in cattivo stato di conservazione, tipo i papiri
di Qumran. Anzi, il nostro libro è bellissimo, anche ricco di disegnetti
colorati e curiosi, ordinato nelle sue righe fitte di scrittura
armoniosa come
di una lingua orientale... Ecco, è proprio la lingua il problema: il
cosiddetto «manoscritto Voynich » è vergato infatti in un idioma sconosciuto,
mai visto prima e mai più incontrato nella storia; un linguaggio misterioso che
ancora non ha trovato il suo Champollion, nonostante un secolo di tentativi
eruditi o disperati, geniali e informatizzati, sistematici o intuitivi.
Qualcuno sostiene addirittura che si tratta dell’«ultimo enigma letterario
della storia» e che il suo segreto «ci resisterà per sempre»; ma forse lo
stesso reperto – con le sue immagini di piante e fiori sconosciuti – ci
sconsiglierebbe di scommettere sulla definitività di certe affermazioni.
Infatti fin dalla scheda con cui è catalogato nella Biblioteca Beinecke di
libri rari dell’Università di Yale, Stati Uniti, il Ms 408, 102 fogli rilegati
in quaderni di 23 centimetri per 16, deve sopportare parecchi punti
interrogativi: «Origine Europa Centrale?»;
«Data di nascita secoli dal XV al
XVI?» (infatti sia il tipo di scrittura sia la composizione dell’inchiostro
risalgono agli anni tra il 1480 e il 1520); «Linguaggio cifrato?»... Non è
sicuro nemmeno il numero delle pagine, in quanto – tra fogli multipli o
apribili e pagine perdute – a seconda dei vari studiosi il libro doveva
possedere tra le 230 e le 310 pagine, suddivise in 5 sezioni: erboristica (la
più estesa, metà del libro), astronomica, biologica, farmaceutica e ricettario.
Eppure
di notizie su questo enigma bibliografico se ne sono già accumulate
parecchie – pur senza arrivare alla soluzione del rebus;
come attesta l’onesto
e documentato status quaestionis compilato dal giornalista ispanico Marcelo
Dos Santos ne L’enigma del manoscritto Voynich (Edizioni Mediterranee, pp. 182,
euro 14,50). Anzitutto il nome: Wilfred Michael Voynich era l’antiquario di
origini polacche, ma nato in Lituania, che nel 1912 – nel corso delle periodiche
peregrinazioni europee alla caccia di libri rari per il suo negozio londinese –
scovò nella residenza gesuita di Villa Mondragone a Frascati quello strano
piccolo libro; e lo comprò, facendo nascere – anche a beneficio dei
cacciatori di esoterismo popolare – la leggenda del «manoscritto Voynich».
La cui
storia – grazie a una lettera in latino che accompagna il volume e che è
stata scritta nel 1666 da
Iohannes Marcus Marci,
rettore dell’università di
Praga, al gesuita Athanasius Kircher, ritenuto il massimo erudito dell’epoca –
è stata finora ricostruita così: il manoscritto (pur se attribuito al dotto
filosofo francescano
inglese Ruggero Bacone, che però visse nel XIII secolo) fu
acquistato intorno alla fine del Cinquecento per la notevole somma di 600
ducati dal colto imperatore Rodolfo II d’Asburgo, forse dai due occultisti e
alchimisti (nonché ciarlatani) britannici John Dee ed Edward Kelley. Quindi
passò al botanico boemo e gesuita Iacobus Horcicky di Tepenec – la cui firma
abrasa si legge sul primo foglio del manoscritto – e, alla morte del religioso,
al suo ordine. Un’altra ipotesi traccia una linea di possesso tra gli
Asburgo e
i gesuiti attraverso l’alchimista boemo padre Baresch, il suddetto Marci e padre
Kircher.
Comunque sia, alla fine il manoscritto entrò in possesso del Collegio Romano dei
gesuiti e riuscì a sopravvivere anche alle soppressioni settecentesche della
Compagnia, con conseguenti confische dei beni, fino ad arrivare nella mani di Voynich e di qui nel 1931 agli eredi, che lo rivendettero a un libraio
americano il quale nel 1961 lo
donò all’università di Yale. Ma ben più
appassionanti sono le peripezie legate alla «traduzione» o interpretazione del
testo misterioso, che colleziona una serie notevole di fallimenti illustri: da
quello dello stesso Kircher (la cui fama di cultura enciclopedica è stata
peraltro recentemente ridimensionata dalla constatazione dei suoi numerosi
bluff, tra cui la «lettura» dei geroglifici egizi), ai tentativi di Voynich –
tutt’altro che sprovveduto quanto a conoscenze linguistiche e bibliografiche –,
il quale per di più spedì copie fotografiche del testo ai maggiori esperti
mondiali del settore. Invano. Ci provarono poi alcuni esperti di cifrari
militari negli anni Venti, come tal William Newbold – che girò anche gli Stati
Uniti annunciando in una serie di conferenze di aver trovato la «traduzione»
giusta nel procedimento dell’anagramma, cui si aggiungeva un fantomatico e
microscopico testo occulto in greco le cui lettere si rivelarono poi essere
soltanto delle sbavature dell’inchiostro... Altri annunci clamorosi sono più
recenti: nel 1945 toccò all’oncologo Leonell Strong dichiarare di aver sciolto
l’enigma, traducendo addirittura un paragrafo in cui si descriveva un metodo
anticoncezionale (sic!); anni dopo fu il medievista Robert Brumbaugh a
convincersi di aver identificato la parola «ortica» sotto il disegno di un
vegetale, mentre il linguista John Stojko sostenne nel 1978 che la lingua
misteriosa era ucraino, privato delle vocali e messo in codice. Nel 1987 il
fisico Leo Levitov tirò in ballo i catari, sostenendo che il libro era stato
scritto proprio da loro in una sorta di «esperanto» mescolato di vari idiomi.
Per finire con Edith Sherwood, che ha indicato come autore l’immancabile
Leonardo da Vinci.
Più seri i tentativi di William Friedman, anche lui militare esperto in
crittografia, che insieme alla moglie Elisabeth radunò a due riprese – tra il
1944 e il ’46 e ancora tra 1962 e 1966 – un’équipe di specialisti coadiuvati
dall’uso di un computer molto avanzato per l’epoca. Fu così che si scoprirono
alcune particolarità statistiche nelle 40.000 parole del manoscritto Voynich, di
una lunghezza media tra i 4 e i 7 caratteri, tra cui l’altissima frequenza
delle ripetizioni: circostanza anomala in qualunque lingua eccetto l’hawaiano.
Il secondo contributo fondamentale dei due coniugi fu la scoperta che il testo
non era la cifratura di un linguaggio noto, bensì la scrittura di un idioma
artificiale sconosciuto: una vera e propria lingua, insomma. Grazie alle schede
perforate dei Friedman, inoltre, nel 1994 i ricercatori Jim Reeds e Jacques Guy
sono riusciti a digitalizzare una trascrizione attendibile del testo in un
linguaggio artificiale appositamente creato (il Frogguy) e composto di 12
lettere latine, alcuni numeri e alcuni segni d’interpunzione, scelti per la
loro somiglianza con i caratteri del Voynich. Un membro dello stesso gruppo
Friedmann – il crittografo Prescott Currier – ha invece scoperto due altri
fattori importantissimi: anzitutto che il manoscritto è dovuto a due autori
diversi, i quali però si sono divisi il lavoro sempre per pagine o quaderni
interi; inoltre la circostanza che alcuni gruppi di lettere appaiono solo
all’inizio del rigo e altri solo alla fine.
A partire da questi dati, e da un rivoluzionario approccio ai problemi
cosiddetti «insolubili», lo psicologo inglese Gordon Rugg ha compreso in questi
ultimi anni che un tal genere di regolarità nella medesima riga poteva essere
ottenuto con la «griglia di Cardano», una sorta di scheda a fessure inventata
dal matematico italiano Gerolamo Cardano nel 1550 e che – mossa in modo più o
meno casuale sulla pagina – serve ottimamente a generare un testo inventato. È
chiaro però che, se questa ipotesi è fondata, il manoscritto Voynich non
conterrebbe affatto quel tesoro di sapienza esoterica o alchemica che si
credeva, anzi sarebbe poco più di una burla: in sostanza, l’imbroglio di un
ciarlatano (Kelley?) per intascare 600 ducati dalla borsa del potente ma
credulone Asburgo. Nessuna cifratura, dunque, nessun significato occulto; solo
una truffa, ma quanto ben fatta.
Roberto Beretta